Erdogan ha un piano “neo ottomano” che passa anche per Gaza

Il premier turco, Recep Tayyip Erdogan, ha riferito all’Assemblea nazionale sul caso della Mavi Marmara, la nave fermata lunedì mattina dall’esercito israeliano a settanta chilometri da Gaza. Il raid è costato la vita a nove civili, centinaia sarebbero nel carcere di Beersheba, a sud di Gerusalemme, in attesa dell’espatrio. “Quel massacro merita ogni tipo di maledizione”, ha detto Erdogan di fronte ai deputati. Leggi Così ad Ankara la “guerra” tra Israele e il migliore ex alleato tocca il culmine - Leggi In difesa di Israele di Giuliano Ferrara
5 AGO 20
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Il premier turco, Recep Tayyip Erdogan, ha riferito all’Assemblea nazionale sul caso della Mavi Marmara, la nave fermata lunedì mattina dall’esercito israeliano a settanta chilometri da Gaza. Il raid è costato la vita a nove civili, centinaia sarebbero nel carcere di Beersheba, a sud di Gerusalemme, in attesa dell’espatrio. “Quel massacro merita ogni tipo di maledizione”, ha detto Erdogan di fronte ai deputati. Dallo stesso scranno, tre anni fa, Shimon Peres lanciò un messaggio di amicizia al popolo turco. Nessun presidente di Israele ha mai avuto un’opportunità simile in un paese musulmano, ma oggi quei tempi sono lontanissimi.

Erdogan è deciso a rivedere i rapporti con Gerusalemme e questa non è una buona notizia per l’occidente. Il suo ministro degli esteri, Ahmet Davutoglu, ha incontrato ieri il segretario di stato americano, Hillary Clinton, per spiegare che i fatti degli ultimi giorni “avranno ripercussioni su tutto il medio oriente”. Questa grande manovra è cominciata molto tempo prima che le squadre dell’Idf atterrassero sul ponte della Mavi Marmara: alla fine degli anni Novanta, poche capitali garantivano alla Nato la stessa affidabilità di Ankara, ma oggi il governo ha la forza necessaria per allontanarsi dalle posizioni di Washington e Gerusalemme, che hanno rappresentato a lungo i cardini della sua politica estera.

Nel 2003, Erdogan ha impedito alle truppe americane di entrare in Iraq passando per il territorio turco. I problemi con Israele sono cominciati nel 2008, quando il premier ha criticato Peres per la campagna su Gaza di fronte al pubblico del summit di Davos. La svolta ha coinciso con l’ascesa di Giustizia e sviluppo (Akp), il movimento filo islamico al quale appartengono sia Erdogan, sia il presidente della Repubblica, Abdullah Gül. La loro epoca dura da otto anni e questo periodo di stabilità ha avuto ripercussioni positive sull’industria: le imprese turche sono in salute nonostante la crisi globale e conquistano spazio sui mercati europei. Secondo Wolfango Piccoli, un analista del think tank Eurasia Group, “il paese cerca ora di allargare la propria influenza sulla regione grazie alla nuova fiducia nei propri mezzi. Il governo di Ankara vuole diventare un protagonista e la presenza di un partito filo islamico come l’Akp facilita questo compito nel medio oriente”.

Questa strategia, che alcuni studiosi definiscono “neo ottomana”
, ha ricadute profonde sulla politica estera. Erdogan vuole partecipare alle decisioni che riguardano i confini del vecchio impero e cerca di raggiungere l’obiettivo con il soft power che l’economia turca e il prestigio del suo mandato gli permettono di usare: chiede ruolo nei colloqui di pace fra Israele e la Siria, porta la questione di Gaza in cima alla lista delle priorità, apre una trattativa con l’Iran sul dossier nucleare. Due settimane fa è riuscito a firmare un’intesa che permetterebbe alla Repubblica islamica di arricchire all’estero l’uranio per le sue centrali. Il documento ha sollevato sospetto a Washington come a Gerusalemme, tanto che, nel giro di poche ore, la Casa Bianca ha annunciato un nuovo round di sanzioni contro gli ayatollah.

Oggi, l’agenzia dell’Onu per l’energia atomica (Aiea) dice che gli scienziati iraniani hanno il combustibile necessario ad armare due bombe nucleari. Tuttavia, spiega Piccoli, sarebbe un errore confondere i due paesi. La logica di Teheran è basata sul fondamentalismo, risponde a regole che non hanno nulla a che vedere con le regole della comunità internazionale. Ankara segue un progetto di leadership che risponde alle esigenze di una economia in espansione e impone nuove scelte in fatto di partner: “I rapporti con Gerusalemme sono peggiorati – dice l’analista di Eurasia – ma il governo turco non ha un approccio antisemita”.